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	<title>Variety &#8211; Fragments of Beauty</title>
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	<title>Variety &#8211; Fragments of Beauty</title>
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		<title>Osservazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2018 16:42:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[E così potevamo studiare la bellezza del suo viso, fatto interamente di archi (la base...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">E</span></span> così potevamo studiare la bellezza del suo viso, fatto interamente di archi (la base dei suoi capelli descriveva un cerchio perfetto sopra la sua fronte giovanile e arrotondata, così come le sue sopracciglia ornamentali), potevamo assorbire la sua magia, nel modo in cui potremmo guardare un ritratto di Modigliani le cui metà del viso sono composte da cerchi che si avvicinano dall&#8217;ignoto, o come il lato opposto, illuminato dal sole, del cortile del portico di un monastero ci viene rivelato in immagini interrotte, apparentemente ripetitive, di cui riconosciamo la piena prospettiva solo alla fine, dopo averle guardate tutte.<span class="note">1</span></p>
<blockquote><p>E come eravamo quando camminavamo, nascosti, lungo il corridoio in ombra, così è quando osserviamo una bellezza: siamo soli.</p></blockquote>
<p>Dico <em>una</em> bellezza perché ce ne sono tante diverse. Se all’inizio ci può apparire nella nostra immaginazione come una grande massa uniforme e sconosciuta, in realtà è il nostro desiderio che non la distingue; così come non fa differenza tra le gambe vestite di nero di una ragazza che colpisce per il suo passo giovanile; o le gambe di un&#8217;altra, che sta a gambe incrociate e ci mostra con disinvoltura le calze di lana bianche, forse più adatte a quelle di una bambina, all&#8217;altezza delle ginocchia, quel delizioso rilievo che ci è così caro e familiare*; o il seno vivace di una donna di mezza età: sono davvero molte parti di molteplici bellezze. Per riconoscerle nel loro vero senso, in cui devono essere lette, bisogna immergersi in esse. E nel momento in cui lo facciamo, esse ci appaiono di nuovo come quella massa le cui parti ci sembrano universali (mentre siamo ancora coinvolti in esse), solo messe insieme in un certo modo: solo alla fine, dopo essere usciti dal loro vortice, ci accorgeremo che ognuna di esse ha un carattere completamente diverso, ognuna è unica a suo modo.</p>
<blockquote><p>Solo alla fine, dopo essere usciti dal loro vortice, ci accorgeremo che ognuna di esse ha un carattere completamente diverso, ognuna è unica a suo modo.</p></blockquote>
<p>Già: anche nei disegni dei caratteri, quando li guardiamo stampati su carta dopo tanto tempo, possiamo improvvisamente vederne i difetti con sorprendente certezza: se tornassimo su di essi, ci accorgeremmo inevitabilmente che non riusciamo più a penetrarne la vera struttura (proprio perché sono individuali, irripetibili); rimarremmo in qualche modo al di fuori di essi, ammirando le loro elaborazioni &#8211; che, tranne le lacune, sono perfette -; e non resterebbe che chiedersi come ci siamo arrivati.<br />
E in quei vuoti potremmo essere rimasti noi stessi, come su un banco di sabbia in una grotta piena d’acqua. Ecco la risposta alla domanda su come noi<span class="note">3</span> siamo riusciti sopravviverci!</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>1 – [‘<em>Und so konnten wir die Schönheit ihres Gesichtes studieren, das ganz aus Bögen bestand (einen perfekten Kreis beschrieb der Ansatz ihres Haars über der jugendlich gerundeten Stirn, so wie auch die ornamentalen Augenbrauen), konnten ihren Zauber aufnehmen, in der Art wie wir ein Modigliani-Portrait betrachten, dessen Gesichtshälften sich aus, aus dem Unbekannten herannahenden, Kreisen zusammenfügten, oder wie sich uns in dem Säulengang eines Klosters die gegenüberliegende, sonnenbeleuchtete Seite des Hofes in unterbrochenen, sich zu wiederholen scheinenden Bildern, offenbart, deren ganze Perspektive wir erst zum Schluss erkennen, nachdem wir sie alle betrachtet haben.</em></p>
<p>Und so wie wir es waren, als wir, verborgen, den beschatteten Gang entlang gingen, ist es, wenn wir eine Schönheit beobachten: wir sind allein.’]
<p>2 – Simile in nessun altro animale, che lascia la piccola ruota ossea [«rotea»] quando non sporge da essa, cioè quando la gamba non è piegata: questa rientranza apparentemente irregolare* dei tessuti, causata dai minuscoli muscoli che si ritraggono verso l’interno, intorno ad essa, ma che nella femmina è fornita di carne sufficiente a non mostrare alcuna rigidità dura; può evocare, come in miniatura, certi paesaggi irlandesi: Delicate colline e avvallamenti su cui la luce del sole si proietta, il suo tappeto è screziato e maestoso, interrotto a brevi intervalli dalle ombre di piccole nuvole che ne attraversano la superficie con grande velocità.<br />
[*Il motivo per cui alcuni dicono che è una parte brutta della gamba femminile &#8211; ma è una delle più belle!]
<p>3 – Ovvero: il nostro impulso creativo.</p>
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		<title>L’Indifferenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 08:08:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Accadeva, però, che queste ragazze o donne non mi dicessero nulla per un bel po’,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">A</span>ccadeva,</span> però, che queste ragazze o donne non mi dicessero nulla per un bel po’, che non mi gettassero in questa turbolenza inebriante, che io stessi davanti a loro quasi con indifferenza. Sicuramente la causa era la mia condizione, anche se stavo bene fisicamente: una mancanza di <a href="https://frammenti.stefanseifert.com/tag/inspiration/">#ispirazione</a>, per cui le apprezzavo più che per la loro presenza effettiva (che nella maggior parte dei casi era in realtà una mancanza, cioè una sofferenza) per una certa «colorazione» astratta che davano alla mia vita. Per esempio, quando una rivista sulla mia scrivania, quasi completamente coperta dai miei manoscritti e dalle stampe delle lettere, rivelava solo una piccola parte del suo titolo, e io ero deliziato dalle gambe di donna che vi apparivano nella linea triangolare lasciata libera dalle carte sovrapposte, più che dalla loro forma come doveva essere in natura, dalla loro estensione nella prospettiva interrotta sulla carta: il modo in cui erano «drappeggiate» <em>per me</em> tra i vari risultati del mio lavoro. Una dolce ma temporanea vittoria della sublimazione! (Una tregua forse simile a quella di un generale che, per un momento di calma in cui assapora la vittoria in battaglia, ha dimenticato il lavoro sanguinoso che potrebbe costargli la vita il giorno dopo).</p>
<p>Ma prima di tutto, questo mio stato passivo serviva loro come quei cartoncini bianchi che i fotografi usano per rifrangere le ombre più nitide sulla superficie di un oggetto: Rendeva la loro bellezza più piatta e regolare rispetto allo sfondo. O come a volte accade che una certa angolazione con cui giro tra le mani i fogli delle stampe dei miei caratteri, uno per uno, attraverso il bianco della carta protettiva sul loro retro, sia sufficiente a cambiare il colore delle lettere su quello successivo, a dare più morbidezza al loro blu indaco e a togliere [&#8216;smorzare&#8217;] certi riflessi troppo profondi e magenta alla fine, riposando più tranquillamente con i loro contorni nello spazio circostante. Così che una bellezza che normalmente mi avrebbe emozionato troppo, di una ragazza molto giovane il cui volto è così simile a quello della <a href="https://frammenti.stefanseifert.com/essay/la-ruota/"><span class="author">#Vodianova</span></a>, mi ha rassicurato, ho potuto seguire le tracce della magia che emanava dalle sue palpebre pesanti e angeliche chiuse in un sonno infantile.</p>
<p>E mi viene da pensare che se la bellezza altrui non nasce solo in un’anima rivolta verso l’interno, tendente a ripiegarsi su se stessa, per dirla «concavamente», almeno il grado della sua morbidezza, i colori che le vengono attribuiti, dipendono in gran parte dallo stato di riflessività in cui quest’anima si trova. […] uno stato in cui tutti i ricordi della mia vita passata sembravano prendere il sopravvento: così come, come sappiamo, una lente oculare abituata alla luce cambia i colori, rendendoli più equilibrati e variegati rifrangendo diversamente i raggi ai bordi dell’iride.</p>
<blockquote><p>Di modo che il <a href="https://frammenti.stefanseifert.com/essay/faccette/">#viso</a> di una fanciulla cambi d’espressione a seconda di che cosa di lei le <span class="quote_emphasize">riflettessimo</span>.</p></blockquote>
<p>E poiché a volte accade che se non ci fissiamo troppo su qualcosa, riusciamo più facilmente a coglierne la vera essenza, un’altra donna seduta di fronte a me mi ha aiutato a dirigere lo sguardo da una parte o dall’altra, in modo che questi piccoli momenti di «distrazione» intermittente sembrassero ammorbidire un po’ i contorni dello sfondo<span class="note">1</span>: come lo sfumato può fare in un dipinto, o come i caratteri racchiudono più abilmente gli spazi in bianco e nero che li circondano attraverso quei bordi vividi creati dal colore che trabocca dalla loro stampa nella carta fatta a mano [la stessa linea vivida, pur ispirata a una tridimensionalità, enfatizzava di più la sua bidimensionalità, simile a quella che staccava il volto della Gioconda dai ripidi pendii] nei libri stampati a piombo.</p>
<blockquote><p>(…) ad accogliere l’immagine di questo arto arcuato: il sacro semicerchio curvo formato dalla sua base sollevata dal letto della scarpa; sul dorso quella massiccia vena blu che spesso attraversa un piede giovane e in pieno vigore in senso orizzontale, descrivendo una linea curva come un getto d’acqua viva che sgorga da una fontana.</p></blockquote>
<p>E infine, avevo bisogno di quel tumulto, di quella vibrante mescolanza: Come una lingua imparata ma non parlata, niente è più utile di una parola che esce dalla bocca di una bella donna per farci sentire ciò che è giusto invece di ciò che stona.</p>
<p>Quel tumulto che altre volte consisteva in un sorriso timidamente abbozzato, nella pelle liscia di un décolleté, nei piedi di varie donne che mi correvano incontro sulle scale della metropolitana; insomma, una massa variopinta di tanti tipi di bellezza, contrappuntata qua e là da spruzzi di colore sparsi nel mezzo come su una tela di <span class="author">Cezanne</span>, azzurri chiari, bianchi, dei vestiti alla moda.</p>
<p>(…) di una ragazza di cui non riuscivo a vedere il volto, l’orecchino di perla che le penzolava dall’orecchio, dello stesso tipo di quello della cosiddetta ragazza fiamminga, era sufficiente a convincermi della sua bellezza<span class="note">2</span> (perché sembra che certi dettagli non permettano di trarre altre conclusioni). Il vestitino bianco a macchie rosse, forse rose, le svolazzava intorno alle cosce, il braccio sinistro libero della borsetta oscillava di lato mentre camminava… Ma i miei occhi sono stati prima attratti dalle sue gambe snelle, da un certo muscolo che non avevo mai visto prima così chiaramente al lato del ginocchio, molto delicato, che disegnava un&#8217;ombra, come a volte la più piccola piega su un foglio di carta che stiamo così attenti a non piegare e sul quale, nonostante tutto, non fossimo riusciti a evitare una pressione di troppo delle dita.</p>
<p>E infine, nulla può competere con ciò che riceviamo quando ci innamoriamo; quando un volto che fino a quel momento ci aveva mostrato solo indifferenza o addirittura ostilità si apre a noi. Conosciamo il tocco dei suoi capelli, il disegno che forma una bocca prima sconosciuta che cambierà quando ci sussurrerà tenerezza. E che emozione ottenere un appuntamento di nascosto…</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>1 – <em>Denn es scheint, das Auge arbeitet in einer merkwürdigen Weise. Es gelingt uns eher eine Sache genauer zu beobachten, je weniger wir uns (unseren Blick) wie in einen Brunnen in sie hineinziehen lassen, was ihre Umrisse über Gebühr zu verstärken drohte. Je undefinierter ihre Kanten sind, desto einfacher ist es dagegen auf Ihrer Oberfläche zu verweilen; eine Technik der sich die alten Meister bedienten im sogenannten </em>Sfumato.</p>
<p>2 – Bellezza alla quale ho dato ancora più importanza dopo aver viaggiato nei paesi del sud, dove i volti delle ragazze, sebbene meno distinti, più accessibili, mi sono sembrati molto meno notevoli. [‘che avevano ugualmente preparato un bagno di giovinezza per me’]  <a class="read more" style="border: none;" href="https://frammenti.stefanseifert.com/essay/italian-beauty/"><i class="fa fa-caret-right"></i> <em>Italian Beauty</em></a> [Italian language]
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		<title>Varietà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 17:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beauty]]></category>
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					<description><![CDATA[Del resto, in più che un’occasione, avevo sperimentato come questo aspetto destabilizzante, amplificante, è causa,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">D</span>el</span> resto, in più che un’occasione, avevo sperimentato come questo aspetto destabilizzante, amplificante, è causa, e in misura riversa, per come la bellezza sa percuotere la nostra anima nel profondo.<span class="note">1</span> […] sotto le spoglie di quei volti e corpi, alcuno somigliante a qualcuno del passato, alcuni finora ignoti, il gioco che ne fa la nostra psiche: una specie di refrattaria rappresentazione ottica del tempo e le sue potenzialità: il seno abbondante di una ragazza di statura piccola che, quand’essa si inchinava leggermente davanti a me e mi scopri le sue forme, farsi visibilmente più strette lì dove sembravano disegnate con due cerchi esterni intenti ad incontrarsi, prima di dischiudersi, analogamente seguiti da altrettanti due cerchi, ma interni e inversi, per le sue piene rotondezze cullate dalla vestaglia, altro non fosse [simbolo di maternità] che il manifestarsi d’una vita possibile ma non vissuta da padre di famiglia, e via dicendo… mentre un’altra invece dalle dita e gambe lunghe e snelle (contrappuntate, nel tatto del suo passo vispo seppure un tantino inesperto, da un vestitino che sopra i fianchi faceva ballonzolare il suo bordo ondato) manterebbe vivo in noi il sogno di essere un pittore con la sua musa, immaginandoci disponibili le sue cosce salde in qualsiasi momento l’avessimo volute…; e in che, oltre la sofferenza a non poterle realizzare tutte queste possibilità*, si sprigiona una gioia immensa per le ricchezze della vita stessa, di cui esse, queste splendide fanciulle, senza rendendosene neppure conto, erano soltanto un magnifico portavoce.</p>
<p>Ma tutto questo, talun frammento<span class="note">2</span> di vite diversi e (im)possibili – ché, essi solo nella nostra visione alternandosi e mescolandosi, la ragione ben sa una escluda l’altra –, non mi sarebbe apparso così urgente se non mi fossi trovato in uno stato di continua agitazione, come non quando, per esempio, le avessi incontrate queste ragazze separatamente una dall’altra, camminando per la strada [‘istrada’]. Così la bellezza, tutt’altro che fatto positivo, costante e irremovibile, dipende in gran parte dallo stato di suscettibilità a riceverla da parte dello spettatore; ma dall’altro canto non è neppure del tutto soggettiva, concernente solo lui (me in questo caso); cosicché mi chiedo se questa situazione potesse essersi sviluppato nello stesso preciso modo in mia assenza, senza il mio occhio lì pronto ad accogliervela.</p>
<p>In quel piccolo teatrino che formavano (e come in un teatro vero, non farebbe senso se gli attori recitassero i loro versi venendo sul palco uno dopo l’altro; e men che meno conta cosa fanno loro nella vita, solo il loro <em>essere</em> simultaneamente davanti al pubblico), le sfumature nelle forme delle gambe della ragazza alta non fossero le stesse, senza accanto di loro il seno [‘scorto nella…’] della fanciulla piccola, e per il cui evidenziare le prime, il balzare della gonna faceva lo stesso come l’inchinarsi provvedeva alla forma del secondo: come i caratteri di una scrittura, che nel loro essere soli, sì, hanno una forma [pre]determinata, ma i cui dettagli sublimi cambiano notevolmente quando verranno composti insieme.</p>
<blockquote><p>Come fosse il loro raggruppamento un continuo spostarsi, un aggiungere qualcosa là, un sottrarre qualcosa da un altra parte. E ogni nuovo elemento arricchisce il loro fluido, è in grado di cambiare i dettagli sottili.</p></blockquote>
<p>E conviene dire, infine, che la squisitezza di queste gambe non avrebbe completata una bellezza mancante di niente, se non essendo stata anticipata dalla visione del seno d’un’altra: nello stesso modo come forse un’aria non può svilupparsi nel suo pieno senso senza essere preceduta dall’ouverture. E, del resto, non di più se il viso della fanciulla in proposito fosse stato più bello, anzi, la di cui imperfezione quasi vi lavorasse nel suo favore per due ragioni: prima, perché mi rendeva più plausibile la realizzazione del godimento della sua carne, prima ancora che queste gote e questa bocca, che ad egli davano un che di rattrapito nel mezzo, come una rosa chiusa<span class="note">3</span>, quando d’improvviso sbocciavano in un sorriso, mi avessero alluso come ad una certezza; secondo perché potesse servirsene la mia memoria più tardi come d’un punto di riferimento. Facendosì che la sua immagine nella mia memoria mi turbasse per settimane, come una fata nel sogno promettendomi una vita preclusa, ma senza essere sicuro, evidentemente, di poterla riconoscere in un possibile rincontro reale, cosa che pure desideravo (sebbene sapendo che, come in quella famosa di Morgana, non si trovi in essa cosa si cercha): come, del resto, l’aver dimentichato del tutto il trama di un sogno di mattina, non ci impedisce di volervi ricadere la notte prossima.</p>
<p>E mi veniva in mente più tardi il pensiero che forse quella diversificazione, quel essere così differenti di due bellezze, apparentemente così lontana una dall’altra (qui radunate in modo così ammirabile, ricongiunte nella freschezza della loro carnagione), fosse quasi un sistema della natura per magnificare ancora di più la sua creazione; come ci volesse dire: Vedi come è bella, ma se tu credi è l’unico modo, toh, te ne do un’altro! E invece di relativare la prima bellezza, di diminuire il suo effetto, non fa che innalzarla ancora ad un livello più alto: attraverso le sue [queste] variazioni, che forse altro non sono che lineamenti diversi modellantisi nel semplice gioco di ombra e luce, ma che per noi esprimono vite intere, componendosi e distruggendosi in un attimo.</p>
<blockquote><p>È questo che ci fa il desiderio; che qualcuno chiami «mutevole», ma è pur sempre quello che crea (vita).</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>*Più grave ancora, quand’essa, una vita da prima sembrante inattuabile, d’un tratto, attraverso un cenno del capo o un sorriso timidamente abbozzato ci desse il chiaro segno che fosse lì lì per venir trasformata in realtà. Tant’è vero che la fonte di ogni sofferenza è quel che crediamo di non poter vivere, assicurato d’altronde solo nel caso della perdità d’una persona amata per la sua morte, di cui sappiamo non averne mai più la compagnia.</p>
<p>1 – Come credo, del resto, che una grande passione non ci colpisce quando ci troviamo in una situazione di vita tranquilla, dacché emerge di solito fuori da un’esperienza di perdità qualunque; di cui forza si servirà, travolgendola, sicché il di esso soggetto ne incorpora tutto quello che ci è stato tolto, come nel mio caso X*** si è appropriata nel suo corpo di tutta la luce dell’Italia.</p>
<p>2 – Frammentaria come l’ispirazione stessa che solo l’artista nella sua opera è permesso di congiungere, similmente come si raggiungono le sinapsi d’un cervello cui punti cruciali esso sa congiungere tramite l’arte del suo mestiere (con quella che si potrebbe chiamare «maniera»), altro che non nella vita reale. Perché chi rimproverebbe ad un <span class="author">Renoir</span>, dipingendo la sua giovane donna nel giardino [dell’«En été, etude»], che pur godesse della bellezza di un’altra?</p>
<p>3 – [Il viso:] Come avessero le distanze in esso non ancora raggiunte le loro giuste proporzioni finali, restavano ancora [una massa] palpabile. Non era quella bellezza che si sa ci affascina spontaneamente per sua grazia simmetrica di finitura (quasi glaciale come d’un porcellana fredda), ma davanti alla quale poi restiamo un po’ delusi perché non vi rimane niente per noi da compiere a finirla con degli ultimi tocchi immaginarii; e quel di lei essere «bisognoso» di noi, in deduzione a rovescio ci regalasse un tempo futuro, fittizio, al suo fianco [della fanciulla che lo porti]; o come percepissimo già un riflesso di quel dono finale che sa conciliarci con tutte le sue imperfezioni, e che cresce soltanto col tempo: cioè l’amore.</p>
[…] quello stato di intermedio che è terreno fertile per qualunque tipo di sviluppo e perciò utile alla creazione, come un grande artista [scrittore] è raro che nasce da una vita di totale povertà dove si vedesse di continuo costretto a combattersi per la sopravvivenza, ma è altrettanto raro che viene fuori da un ceto di estrema ricchezza rendendo fin da bambino l’ozio inutile ogni sforzo di [‘intromettersi’] nella vita, di cercarsi un posto suo da empiere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, nel mio ricordo da quel incontro sopravvisse, presa il sopravvento sulle diverse oscillazioni incerti, la fanciulla dalle gambe lunghe e dalla vita un po’ goffa. Sebbene la nostra ragione sà di quanto ogni essere soffri attraverso una seconda visione la perdità di tante sue attrattive iniziali, ad essa sarebbe sempre rimasta quel mostruoso vantaggio segnatale dalla sua gioventù a determinare la visione di una possibile felicità, per me, al suo fianco; qualità quella che rendesse ferma al mare la sua barca, che sarebbe sempre spiccata tra le onde di un mare sommosso. Causa velata della mia predilezione per [del]le sue forme malferme che in sé stesse meglio esprimevano questo concetto.<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>A Singular Character</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Mar 2017 07:07:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p><img src="https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1.png" class="attachment-md_post_thumb_large size-md_post_thumb_large wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1.png 4200w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-768x488.png 768w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-430x273.png 430w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-860x547.png 860w" sizes="(max-width: 4200px) 100vw, 4200px" /></p><span class="initial"><span class="cap">T</span>his</span> a more experimental character I did for a <span class="author"><a href="https://www.stefanseifert.com/#a-singular-style" target="_blank" title="www.stefanseifert.com | A Singular Style" rel="noopener noreferrer">Ferragamo</a></span> lettering research. It is named <em>Singular</em>. More than alluding to a style attribute this refers to its attempt to use only one <em>single</em> curve part for constructing all letters’ shapes. In theory this is not really possible because of the many different form conjunctions that tend to be ugly and inconsistent if not differently treated with <em>Bézier</em> curve design. But sometimes we designers love it because it gives a character an overall strict and geometric shape as for as <span class="author">Bodoni</span> once wrote in his fabulous <em>Manuale Tipografico</em>:
<blockquote>Ed è il primo la regolarità. Chi faccia l’analisi dell’Alfabeto d’una qualunque lingua, non solo scorgeravvi de’tratti non dissimili in molte diverse lettere, ma troverà potersi tutte comporre con picciol numero di parti identiche variamente combinate e disposte.</blockquote>
<span class="author" style="color: #000; float: right;"><span class="long_slash">–</span> Giambattista Bodoni, <span class="fountain"><em>Manuale Tipografico</em></span>, 1818</span><br>&nbsp;<br>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1.png" class="attachment-md_post_thumb_large size-md_post_thumb_large wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1.png 4200w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-768x488.png 768w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-430x273.png 430w, https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2017/03/Ferragamo-Singular-1-860x547.png 860w" sizes="(max-width: 4200px) 100vw, 4200px" /></p><span class="initial"><span class="cap">T</span>his</span> a more experimental character I did for a <span class="author"><a href="https://www.stefanseifert.com/#a-singular-style" target="_blank" title="www.stefanseifert.com | A Singular Style" rel="noopener noreferrer">Ferragamo</a></span> lettering research. It is named <em>Singular</em>. More than alluding to a style attribute this refers to its attempt to use only one <em>single</em> curve part for constructing all letters’ shapes. In theory this is not really possible because of the many different form conjunctions that tend to be ugly and inconsistent if not differently treated with <em>Bézier</em> curve design. But sometimes we designers love it because it gives a character an overall strict and geometric shape as for as <span class="author">Bodoni</span> once wrote in his fabulous <em>Manuale Tipografico</em>:
<blockquote>Ed è il primo la regolarità. Chi faccia l’analisi dell’Alfabeto d’una qualunque lingua, non solo scorgeravvi de’tratti non dissimili in molte diverse lettere, ma troverà potersi tutte comporre con picciol numero di parti identiche variamente combinate e disposte.</blockquote>
<span class="author" style="color: #000; float: right;"><span class="long_slash">–</span> Giambattista Bodoni, <span class="fountain"><em>Manuale Tipografico</em></span>, 1818</span><br>&nbsp;<br>]]></content:encoded>
					
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