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	<title>Venus &#8211; Fragments of Beauty</title>
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	<description>Typeface Works and Essays</description>
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	<title>Venus &#8211; Fragments of Beauty</title>
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		<title>Vulnerabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Aug 2017 05:34:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beauty]]></category>
		<category><![CDATA[Entirety]]></category>
		<category><![CDATA[Femininity]]></category>
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		<category><![CDATA[Ray]]></category>
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					<description><![CDATA[… se sono [i sensi] ancora aguzzati dai raggi del sole che giocano intorno ai...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>… se sono [i sensi] ancora aguzzati dai raggi del sole che giocano intorno ai lor bei muscoli.</p></blockquote>
<p><span class="initial"><span class="cap">H</span>o</span> visto nel pieno del mezzogiorno delle gambe dal lato di dietro che mi hanno fatto venire la voglia di cambiare la mia vita. Non era tanto per la loro forma <em>intera</em>, tanto che già impressa nelle nostre memorie, che per un dettaglio: lì dove quel forte muscolo che congiunge le due parti della gamba, espandendosi a forma di un ponte, sopra la parte retro della capsula del ginocchio, si prolunga e sparisce nella carne vibrante della coscia.</p>
<p>Perché vi era in questa nudità tesa, e invisibile agli occhi di lei medesima, di un muscolo blandamente messo all’estremo, qualcosa di commovente: in quanto malamente copriva la necessità per così dire «primaria» (e in essa risiede la sua vulnerabilità) di un apparato motorio; del resto come in pochi altri punti del corpo femminile, destinato per lo più ad apparirci in rotondità piacevoli, ritirate, e quasi si verrebbe a dire inutili, se non per la loro bellezza medesima. E sia che è stata questa vulnerabilità scoperta che mi rendeva incline a servirle di proteggergliela?</p>
<p>E, sicché, non ero nel mio paese si faceva avanti un pensiero, più insistente di ogni congettura quale avrebbe potuto suggerirmi finora un mio ragionamento, o si avrebbe potuto solidificare tramite le mie esperienze: quello di espatriare. Era il destino a farmi votare immaginariamente a quella creatura cui tale dettaglio apparteneva, oppure ad un’altra simile, in una possibile convivenza tutte le mie forze per renderla felice ed avermene cura.</p>
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		<title>Venere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Aug 2016 06:17:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Image]]></category>
		<category><![CDATA[Imagination]]></category>
		<category><![CDATA[Venus]]></category>
		<category><![CDATA[Woman]]></category>
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					<description><![CDATA[Fu una Venere vera. La massa dei suoi capelli bruni scintillava con un solo lieve...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">F</span>u</span> una <em>Venere</em> vera. La massa dei suoi capelli bruni scintillava con un solo lieve accenno all’argenteo, sicché vi era in essa già sparita il lubrificante della prima gioventù (quel luccicare che ce li fa apparire non come dei singoli fili di capelli, ma piuttosto come una massa omogenea, modulata come delle onde o il drappo di una gonna di seta, e li fa scintillare come illuminati da una luce propria); ma fu più che compensato dal suo corpo ancora sodo e fermo di una bambina, visto dal retro che stava in acqua, le braccia penzoloni; il seno in lei non era più che un accenno a cui né la grandezza né un’altra forma avrebbero potuto aggiungere più capacità di seduzione. Le linee nel volto acutamente disegnato, le palpebre pesanti, insieme ad uno sguardo cauto, guardingo, spesso diretto davanti a sé a terra, le aggiungevano gli attributi di una santa.</p>
<p>E di più del accendere la mia passione, allargava la mia immaginazione, la mia ragione: perché ora ero in grado di vedere in una Venere del Botticelli oltre che una pittura mistificata una vera donna; capii d’un tratto come doveva essere avvenuta che si avesse spogliata davanti al suo pittore (come egli solo avesse dovuto aggiungere al suo corpo profumato quei simboli che gli dettavano l’immaginazione, o come avesse Lei, portandone in sé già il germe, causatane la trasformazione: che, forse, la conchiglia da cui si erige in eternità, in quel momento, non fosse stato che il drappo dei suoi indumenti, che, scivolando giù, si rotolavano intorno alle sue belle caviglie<span class="note">1</span>).</p>
<p>E così come mi sapeva ricollocare [orig. ‘riattaccare’] nella realtà la scena del dipinto nel suo attuarsi nel senso più <em>materiale</em>, si verificava anche (e forse così era da sempre) in un senso opposto. Perché ad alcuni esseri rari è in particolar modo dato di incarnare quelle figure mistiche, che popolano quei quadri del rinascimento, atte in scene da bagno<span class="note">2</span>, e che svegliavano la fantasia degli uomini d’uno spirito sensibile e dei sensi acuti (<a class="read more" style="border: none;" href="https://frammenti.stefanseifert.com/essay/vulnerabilita/"><i class="fa fa-caret-right"></i> <em>Vulnerabilità</em></a>): sanno evocare loro lo spirito dell’amore che sembra semplicemente risplendere attraverso il loro incarnato (e forse dettando loro pure i gesti).</p>
<blockquote><p>E se queste immagini, dipinte, mistificate, non sono altro che immagini di vere donne, è pure vero che alcune donne rappresentano in particolar modo quei miti, <span class="quote_emphasize">prima</span> che si avessero manifestati attraverso l’arte.</p>
<p>Così si tratta di una ‘triplicità’ che scende nella – o risale dalla – profondità: arte (ovvero forma), donna, amore.</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>1 – Chi potrebbe giudicare quale delle due interpretazioni diverse sia la più vicina al divino, quale la più degna di ammirazione?</p>
<p>2 – Tanto stupiva che il modo con cui raccoglieva i suoi capelli con le mani, affiancanti la sua testa inclinata, obliqua, era identico a quello della <em>Donna davanti allo specchio</em> del <span class="author">Tiziano</span>.</p>
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		<title>Il Modello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 15:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gesture]]></category>
		<category><![CDATA[Line]]></category>
		<category><![CDATA[Model]]></category>
		<category><![CDATA[Venus]]></category>
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					<description><![CDATA[Una ragazza quindicenne che sentisse il primo bisogno, l’impulso, di laccarsi le unghie del piede,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">U</span>na</span> ragazza quindicenne che sentisse il primo bisogno, l’impulso, di laccarsi le unghie del piede, accentuandone le forme; lo farebbe per il suo ragazzo o, addirittura, per gli uomini in generale? Ho i miei dubbi. La vedo invece spinta come da un misterioso ma infallibile <em>istinto</em>.</p>
<blockquote><p>«Et mentem Venere ipsa dedit» – «E venere stessa le ha ispirate»<br />
<span class="author"><span class="long_slash">–</span> Virgilio, <span class="fountain">Georgiche, III,</span> p. 267</span></p></blockquote>
<p>E non mi saprei spiegare altrimenti quel suo gesto di piegare il piede – in una lieve tensione –, come il più nobile dei piedi scolpito nel marmo di una statua antica Romana; sennonché subconsciamente motivato da tale istinto (più limpido e trasparente ancora in età giovanile, prima di scrostarsi in ritegno convenzionale od essere sostituito dall’istinto materno). Il pallido vestigio di un tempo remoto che nient’altro fosse che il mettere in mostra la sua prontezza ad apprendere il suo ruolo nel mondo: quello di nostro modello, ovvero di un <em>simbolo della bellezza</em>.</p>
<p>In lei una strana sorta di contento affluisce, si diffonde. Forse non se ne accorge di che materia fosse, né si sente superiore come persona, ma ne è orgogliosa.<span class="note">1</span></p>
<blockquote>[-&gt; Maupassant citazione, capitolo finale «La bellezza inutile»]</blockquote>
<p>Lì dove l’osso del piede, prima che cominci il dito maggiore, esce leggermente all’infuori, descrive una piega nobile per riunirsi in cinque raggi regolari cui fini formano un’obliquo distinto.<span class="note">2</span> La tensione che una donna sa dare al suo corpo, fuor’ alzandone leggermente il dito maggiore da questa trepida bilancia, è mai casuale ma ben intenzionata.</p>
<p>Tutte le mie osservazioni nel campo della bellezza mi inducono a dire: la forma in sé è di assai poco valore; o meglio dire: essa fallirebbe nel suo atto di essere bella senza che desse un accenno alla direzione cui si è in atto di versarsi. Sia una roccia spinta fuori dalla terra mille anni fà, sia la sublime piega di un piede femminile fra un batter d’occhio: racchiudono entrambe un <em>movimento</em>.</p>
<blockquote><p>Perciò il gesto fosse un’atto così nobile, caro a noi, perché simbolico: il suo unico scopo (cosciente o subcosciente) è punto – usando un movimento – il «creare», cioè il dare risalto ad una forma.</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>1 – Forse aveva già passata quel periodo piuttosto doloroso nella vita di una fanciulla crescente, in cui si accorge dell’accrescersi del vigore in suo fratello poco maggiore, che la supera, non avendo all’ora ancora (come del resto questo scopo rimarrà altrettanto oscuro al fratellino) la coscienza della sua forza, non sa ancora che, avanti negli anni, tutto questo vigore e le capacità nel maschio non serviranno ad altro fine che per convincerla ad amarlo.</p>
<p>2 – Come del resto è molto improbabile trovare una linea più elegante di quella quasi rettilinea che si forma da quella sopra la gamba, prolungata dal dorso del piede piegato e coronata alla fine da un alluce leggermente alzato.</p>
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