<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Symbol &#8211; Fragments of Beauty</title>
	<atom:link href="https://frammenti.stefanseifert.com/tag/symbol/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://frammenti.stefanseifert.com</link>
	<description>Typeface Works and Essays</description>
	<lastBuildDate>Thu, 03 Sep 2026 14:53:59 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.4.10</generator>

<image>
	<url>https://frammenti.stefanseifert.com/wp-content/uploads/2016/12/cropped-Homescree_icon-32x32.png</url>
	<title>Symbol &#8211; Fragments of Beauty</title>
	<link>https://frammenti.stefanseifert.com</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Varietà</title>
		<link>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/varieta/</link>
					<comments>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/varieta/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2017 17:10:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beauty]]></category>
		<category><![CDATA[Fluidness]]></category>
		<category><![CDATA[Image]]></category>
		<category><![CDATA[Line]]></category>
		<category><![CDATA[Memory]]></category>
		<category><![CDATA[Muse]]></category>
		<category><![CDATA[Symbol]]></category>
		<category><![CDATA[Symmetry]]></category>
		<category><![CDATA[Variety]]></category>
		<category><![CDATA[Vision]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.seifertfragments.de/?post_type=nor-essays&#038;p=1685</guid>

					<description><![CDATA[Del resto, in più che un’occasione, avevo sperimentato come questo aspetto destabilizzante, amplificante, è causa,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">D</span>el</span> resto, in più che un’occasione, avevo sperimentato come questo aspetto destabilizzante, amplificante, è causa, e in misura riversa, per come la bellezza sa percuotere la nostra anima nel profondo.<span class="note">1</span> […] sotto le spoglie di quei volti e corpi, alcuno somigliante a qualcuno del passato, alcuni finora ignoti, il gioco che ne fa la nostra psiche: una specie di refrattaria rappresentazione ottica del tempo e le sue potenzialità: il seno abbondante di una ragazza di statura piccola che, quand’essa si inchinava leggermente davanti a me e mi scopri le sue forme, farsi visibilmente più strette lì dove sembravano disegnate con due cerchi esterni intenti ad incontrarsi, prima di dischiudersi, analogamente seguiti da altrettanti due cerchi, ma interni e inversi, per le sue piene rotondezze cullate dalla vestaglia, altro non fosse [simbolo di maternità] che il manifestarsi d’una vita possibile ma non vissuta da padre di famiglia, e via dicendo… mentre un’altra invece dalle dita e gambe lunghe e snelle (contrappuntate, nel tatto del suo passo vispo seppure un tantino inesperto, da un vestitino che sopra i fianchi faceva ballonzolare il suo bordo ondato) manterebbe vivo in noi il sogno di essere un pittore con la sua musa, immaginandoci disponibili le sue cosce salde in qualsiasi momento l’avessimo volute…; e in che, oltre la sofferenza a non poterle realizzare tutte queste possibilità*, si sprigiona una gioia immensa per le ricchezze della vita stessa, di cui esse, queste splendide fanciulle, senza rendendosene neppure conto, erano soltanto un magnifico portavoce.</p>
<p>Ma tutto questo, talun frammento<span class="note">2</span> di vite diversi e (im)possibili – ché, essi solo nella nostra visione alternandosi e mescolandosi, la ragione ben sa una escluda l’altra –, non mi sarebbe apparso così urgente se non mi fossi trovato in uno stato di continua agitazione, come non quando, per esempio, le avessi incontrate queste ragazze separatamente una dall’altra, camminando per la strada [‘istrada’]. Così la bellezza, tutt’altro che fatto positivo, costante e irremovibile, dipende in gran parte dallo stato di suscettibilità a riceverla da parte dello spettatore; ma dall’altro canto non è neppure del tutto soggettiva, concernente solo lui (me in questo caso); cosicché mi chiedo se questa situazione potesse essersi sviluppato nello stesso preciso modo in mia assenza, senza il mio occhio lì pronto ad accogliervela.</p>
<p>In quel piccolo teatrino che formavano (e come in un teatro vero, non farebbe senso se gli attori recitassero i loro versi venendo sul palco uno dopo l’altro; e men che meno conta cosa fanno loro nella vita, solo il loro <em>essere</em> simultaneamente davanti al pubblico), le sfumature nelle forme delle gambe della ragazza alta non fossero le stesse, senza accanto di loro il seno [‘scorto nella…’] della fanciulla piccola, e per il cui evidenziare le prime, il balzare della gonna faceva lo stesso come l’inchinarsi provvedeva alla forma del secondo: come i caratteri di una scrittura, che nel loro essere soli, sì, hanno una forma [pre]determinata, ma i cui dettagli sublimi cambiano notevolmente quando verranno composti insieme.</p>
<blockquote><p>Come fosse il loro raggruppamento un continuo spostarsi, un aggiungere qualcosa là, un sottrarre qualcosa da un altra parte. E ogni nuovo elemento arricchisce il loro fluido, è in grado di cambiare i dettagli sottili.</p></blockquote>
<p>E conviene dire, infine, che la squisitezza di queste gambe non avrebbe completata una bellezza mancante di niente, se non essendo stata anticipata dalla visione del seno d’un’altra: nello stesso modo come forse un’aria non può svilupparsi nel suo pieno senso senza essere preceduta dall’ouverture. E, del resto, non di più se il viso della fanciulla in proposito fosse stato più bello, anzi, la di cui imperfezione quasi vi lavorasse nel suo favore per due ragioni: prima, perché mi rendeva più plausibile la realizzazione del godimento della sua carne, prima ancora che queste gote e questa bocca, che ad egli davano un che di rattrapito nel mezzo, come una rosa chiusa<span class="note">3</span>, quando d’improvviso sbocciavano in un sorriso, mi avessero alluso come ad una certezza; secondo perché potesse servirsene la mia memoria più tardi come d’un punto di riferimento. Facendosì che la sua immagine nella mia memoria mi turbasse per settimane, come una fata nel sogno promettendomi una vita preclusa, ma senza essere sicuro, evidentemente, di poterla riconoscere in un possibile rincontro reale, cosa che pure desideravo (sebbene sapendo che, come in quella famosa di Morgana, non si trovi in essa cosa si cercha): come, del resto, l’aver dimentichato del tutto il trama di un sogno di mattina, non ci impedisce di volervi ricadere la notte prossima.</p>
<p>E mi veniva in mente più tardi il pensiero che forse quella diversificazione, quel essere così differenti di due bellezze, apparentemente così lontana una dall’altra (qui radunate in modo così ammirabile, ricongiunte nella freschezza della loro carnagione), fosse quasi un sistema della natura per magnificare ancora di più la sua creazione; come ci volesse dire: Vedi come è bella, ma se tu credi è l’unico modo, toh, te ne do un’altro! E invece di relativare la prima bellezza, di diminuire il suo effetto, non fa che innalzarla ancora ad un livello più alto: attraverso le sue [queste] variazioni, che forse altro non sono che lineamenti diversi modellantisi nel semplice gioco di ombra e luce, ma che per noi esprimono vite intere, componendosi e distruggendosi in un attimo.</p>
<blockquote><p>È questo che ci fa il desiderio; che qualcuno chiami «mutevole», ma è pur sempre quello che crea (vita).</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>*Più grave ancora, quand’essa, una vita da prima sembrante inattuabile, d’un tratto, attraverso un cenno del capo o un sorriso timidamente abbozzato ci desse il chiaro segno che fosse lì lì per venir trasformata in realtà. Tant’è vero che la fonte di ogni sofferenza è quel che crediamo di non poter vivere, assicurato d’altronde solo nel caso della perdità d’una persona amata per la sua morte, di cui sappiamo non averne mai più la compagnia.</p>
<p>1 – Come credo, del resto, che una grande passione non ci colpisce quando ci troviamo in una situazione di vita tranquilla, dacché emerge di solito fuori da un’esperienza di perdità qualunque; di cui forza si servirà, travolgendola, sicché il di esso soggetto ne incorpora tutto quello che ci è stato tolto, come nel mio caso X*** si è appropriata nel suo corpo di tutta la luce dell’Italia.</p>
<p>2 – Frammentaria come l’ispirazione stessa che solo l’artista nella sua opera è permesso di congiungere, similmente come si raggiungono le sinapsi d’un cervello cui punti cruciali esso sa congiungere tramite l’arte del suo mestiere (con quella che si potrebbe chiamare «maniera»), altro che non nella vita reale. Perché chi rimproverebbe ad un <span class="author">Renoir</span>, dipingendo la sua giovane donna nel giardino [dell’«En été, etude»], che pur godesse della bellezza di un’altra?</p>
<p>3 – [Il viso:] Come avessero le distanze in esso non ancora raggiunte le loro giuste proporzioni finali, restavano ancora [una massa] palpabile. Non era quella bellezza che si sa ci affascina spontaneamente per sua grazia simmetrica di finitura (quasi glaciale come d’un porcellana fredda), ma davanti alla quale poi restiamo un po’ delusi perché non vi rimane niente per noi da compiere a finirla con degli ultimi tocchi immaginarii; e quel di lei essere «bisognoso» di noi, in deduzione a rovescio ci regalasse un tempo futuro, fittizio, al suo fianco [della fanciulla che lo porti]; o come percepissimo già un riflesso di quel dono finale che sa conciliarci con tutte le sue imperfezioni, e che cresce soltanto col tempo: cioè l’amore.</p>
<p><span>[…]</span> quello stato di intermedio che è terreno fertile per qualunque tipo di sviluppo e perciò utile alla creazione, come un grande artista [scrittore] è raro che nasce da una vita di totale povertà dove si vedesse di continuo costretto a combattersi per la sopravvivenza, ma è altrettanto raro che viene fuori da un ceto di estrema ricchezza rendendo fin da bambino l’ozio inutile ogni sforzo di [‘intromettersi’] nella vita, di cercarsi un posto suo da empiere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, nel mio ricordo da quel incontro sopravvisse, presa il sopravvento sulle diverse oscillazioni incerti, la fanciulla dalle gambe lunghe e dalla vita un po’ goffa. Sebbene la nostra ragione sà di quanto ogni essere soffri attraverso una seconda visione la perdità di tante sue attrattive iniziali, ad essa sarebbe sempre rimasta quel mostruoso vantaggio segnatale dalla sua gioventù a determinare la visione di una possibile felicità, per me, al suo fianco; qualità quella che rendesse ferma al mare la sua barca, che sarebbe sempre spiccata tra le onde di un mare sommosso. Causa velata della mia predilezione per [del]le sue forme malferme che in sé stesse meglio esprimevano questo concetto.<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/varieta/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Concetto della Bellezza</title>
		<link>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-concetto-della-bellezza/</link>
					<comments>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-concetto-della-bellezza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Aug 2016 06:22:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beauty]]></category>
		<category><![CDATA[Goddess]]></category>
		<category><![CDATA[Grace]]></category>
		<category><![CDATA[Image]]></category>
		<category><![CDATA[Mirror]]></category>
		<category><![CDATA[Renaissance]]></category>
		<category><![CDATA[Sensibility]]></category>
		<category><![CDATA[Symbol]]></category>
		<category><![CDATA[Woman]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost:8888/frammenti-della-bellezza/?post_type=nor-essays&#038;p=731</guid>

					<description><![CDATA[Il Concetto della Bellezza come lo vediamo nelle pitture del rinascimento è strettamente connesso all’elemento...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><span class="initial"><span class="cap">I</span>l</span> Concetto della Bellezza</em> come lo vediamo nelle pitture del rinascimento è strettamente connesso all’elemento della fantasia. Cioè non solo la fantasia di chi la crea (il pittore o chiunque) ma anche di chi la guarda.</p>
<p>Il simbolo che spesso appare direttamente in quelle pitture del ’500 è lo specchio. Lo specchio che spiega o <em>contiene</em> la spiegazione che non sono le forme della donna pitturata a rivelare la bellezza ma l’<em>immagine in essa rispecchiata</em> (il «volto di dio»). Così anche la donna stessa diventa un concetto. È il più ampio contenitore di tutto ciò che all’uomo (generale – non si riferisce al maschio) appare di sensitivo, ben formato, sensibile che svela nello sguardo una dolce promessa: quella dell’eternità, del rinascere.</p>
<blockquote><p>Così tutto ciò che riusciamo a creare è obbligato legarsi alla forma femminile perché essa contiene la somma di tutto in sé. Se non corressimo dietro alla sua immagine, se non cerchassimo di rispecchiarci in essa, saremmo perduti nell’arbitrario.</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>Credo che non sia un caso che nella parola di origine greca «i<em>dea»</em> si nascondesse la parola <em>dea</em>.</p>
<p><em>«Si quid enim placet, Si quid dulce hominum sensibus influit, Debentur lepidis omnia Gratiis.»</em><br />
[«Infatti tutto ciò che piace, tutto ciò che lusinga i sensi dei mortali (= hominum sensibus), lo dobbiamo alle amabili Grazie.»]
<span class="author">Pindar</span>, <em>Odi Olimpiche</em>, XIV<br />
[<em>Saggi</em>, <span class="author">Montaigne</span>, II, p. 850]
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-concetto-della-bellezza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Soffrire</title>
		<link>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/soffrire/</link>
					<comments>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/soffrire/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2016 11:13:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ankle]]></category>
		<category><![CDATA[Form]]></category>
		<category><![CDATA[Gesture]]></category>
		<category><![CDATA[Memory]]></category>
		<category><![CDATA[Scent]]></category>
		<category><![CDATA[Symbol]]></category>
		<category><![CDATA[Symmetry]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost:8888/frammenti-della-bellezza/?post_type=nor-essays&#038;p=663</guid>

					<description><![CDATA[Quando vedo una giovane ragazza colle mani fini e bellissime che mi scappa dal portone...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">Q</span>uando</span> vedo una giovane ragazza colle mani fini e bellissime che mi scappa dal portone della metro non credo che ne sono attratto sessualmente. Credo che sia che mi è negato di guardare, palpare collo sguardo in tutta calma, la sua bellezza, che mi fa soffrire. </p>
<p>Ce n’era prima come una sorta di <em>momento preparatorio</em>. Bastava osservare il suo gesto: due gambe abbastanza lunghe, esili, data la sua statura non troppo alta, raggiuntesi cautamente fin nel punto delle ginocchia (giacché davano la sensazione di essere quei due rami più di un tutt’uno); due archi che si costruivano in maniera simmetrica sotto i lati inferiori e interni, affiancati, dei piedi di un’altrettanta lunghezza per una lieve contrazione di muscoli all’insù, e solo leggermente dischiusi appena al di sotto delle loro caviglie (che, effettivamente, sinché si toccavano, non permettevano ai piedi l’affiancarsi del tutto*): poiché questa timidezza mi faceva già cenno alla seguente «apparizione» delle sue mani splendenti d’una bellezza incomparabile – tali erano la lunghezza e sottilezza delle dita! –; e, d’altronde, come non avrebbero dovuti essere quei parti, che una dopo l’altra si offrivano alla mia vista, altro che dei segni premonitori per quel mi che stava per avvenire di in un solo tempo prodigioso e doloroso? In un breve attimo avrei intravisto un qualcosa scintillare, ma che non avrei potuto afferrare – se non forse più tardi, rivista vagamente quel mistero dalla memoria, si sfogasse in una linea o in una parte di una lettera.</p>
<p>Sono convinto che ci sia un nesso forte tra un certo tipo di gesti (come pure la timidezza colla quale affiancava la mano al suo collo prima di andarsene) e la conformazione stessa [la ‘Beschaffenheit’] delle membra di un corpo (in quel caso la sottilezza delle dita). Come se la persona che le portasse fosse tenuta a, o non a, metterle <em>in mostra</em>. Una specie di responsabilità verso la bellezza stessa cui forse anche quella ragazza intuiva di esserne uno strumento. </p>
<p><span>[</span>*e dimodoché il contatto che i suoi piedi mantenessero col suolo, col «fango del mondo» restasse del minimo possibile senza l’aiuto d’alcun mezzo intermediario come lo sono le scarpe -> eventualmente citare da «L’inconscio ottico»]
<p>Non è una questione di capacità o non-capacità, diciamo fisiognomica, che regola i gesti (entro i limiti dei nostri arti); che piuttosto una certa «sapienza d’anima» che vuol dare risalto alle proprie forme del nostro corpo.</p>
<p>E mi chiedo come una guancia dolce e morbida possa essere per noi che la guardiamo due volte più bella di com’è per qualcuno, soltanto quando la persona che la porta si apre verso di noi con dei gesti gentili e accoglienti. Mi fa pensare se è la bella forma a farci innamorare o l’amore a venir creare la dolcezza della forma in noi.</p>
<p>Perché la forma in sé rimane muta, solo l’attuarsi dei gesti la collega agli avvenimenti del nostro passato: ci permette, come direbbe Proust, una «comunicazione col cuore». Una via indiretta allora, a una cosa nascosta e invisibile, cui di solito solo nel profumo1 troviamo l’accesso immediato e senza preamboli.<br />
[citare Marcel Proust: p. 136, «La strada di Swann»]
<blockquote><p>Così si potrebbe dire che la bellezza non foss’altro che un rimando, un ri–a–ccordo al passato e soprattutto alla nostra giovinezza. E se ci sono tanti simboli per la bellezza è chiaro che la bellezza stessa è un simbolo alla fine: un simbolo delle esperienze avvenute, delle cose viste, sentite: la vita.</p></blockquote>
[1‘odore’ oppure: ‘sul terreno dell’odore’]
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/soffrire/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Modello</title>
		<link>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-modello/</link>
					<comments>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-modello/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[elementi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 15:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gesture]]></category>
		<category><![CDATA[Line]]></category>
		<category><![CDATA[Model]]></category>
		<category><![CDATA[Symbol]]></category>
		<category><![CDATA[Venus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://localhost:8888/frammenti-della-bellezza/?post_type=nor-essays&#038;p=651</guid>

					<description><![CDATA[Una ragazza quindicenne che sentisse il primo bisogno, l’impulso, di laccarsi le unghie del piede,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="initial"><span class="cap">U</span>na</span> ragazza quindicenne che sentisse il primo bisogno, l’impulso, di laccarsi le unghie del piede, accentuandone le forme; lo farebbe per il suo ragazzo o, addirittura, per gli uomini in generale? Ho i miei dubbi. La vedo invece spinta come da un misterioso ma infallibile <em>istinto</em>.</p>
<blockquote><p>«Et mentem Venere ipsa dedit» – «E venere stessa le ha ispirate»<br />
<span class="author"><span class="long_slash">–</span> Virgilio, <span class="fountain">Georgiche, III,</span> p. 267</span></p></blockquote>
<p>E non mi saprei spiegare altrimenti quel suo gesto di piegare il piede – in una lieve tensione –, come il più nobile dei piedi scolpito nel marmo di una statua antica Romana; sennonché subconsciamente motivato da tale istinto (più limpido e trasparente ancora in età giovanile, prima di scrostarsi in ritegno convenzionale od essere sostituito dall’istinto materno). Il pallido vestigio di un tempo remoto che nient’altro fosse che il mettere in mostra la sua prontezza ad apprendere il suo ruolo nel mondo: quello di nostro modello, ovvero di un <em>simbolo della bellezza</em>.</p>
<p>In lei una strana sorta di contento affluisce, si diffonde. Forse non se ne accorge di che materia fosse, né si sente superiore come persona, ma ne è orgogliosa.<span class="note">1</span></p>
<blockquote><p>«Alors, il sentit soudain, il sentit par une sorte d’intuition que cet être-là n’était plus seulement une femme destinée à perpétuer sa race, mais le produit bizarre et mystérieux de tous nos désirs compliqués, amassés en nous par les siècles, détournés de leur but primitif et divin, errant vers une beauté mystique, entrevue et insaisissable.»*<br />
<span class="author"><span class="long_slash">–</span> Guy de Maupassant, <span class="fountain">L’Inutile Beauté,</span> 1890</span></p></blockquote>
<p>Lì dove l’osso del piede, prima che cominci il dito maggiore, esce leggermente all’infuori, descrive una piega nobile per riunirsi in cinque raggi regolari cui fini formano un’obliquo distinto.<span class="note">2</span> La tensione che una donna sa dare al suo corpo, fuor’ alzandone leggermente il dito maggiore da questa trepida bilancia, è mai casuale ma ben intenzionata.</p>
<p>Tutte le mie osservazioni nel campo della bellezza mi inducono a dire: la forma in sé è di assai poco valore; o meglio dire: essa fallirebbe nel suo atto di essere bella senza che desse un accenno alla direzione cui si è in atto di versarsi. Sia una roccia spinta fuori dalla terra mille anni fà, sia la sublime piega di un piede femminile fra un batter d’occhio: racchiudono entrambe un <em>movimento</em>.</p>
<blockquote><p>Perciò il gesto fosse un’atto così nobile, caro a noi, perché simbolico: il suo unico scopo (cosciente o subcosciente) è punto – usando un movimento – il «creare», cioè il dare risalto ad una forma.</p></blockquote>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p>1 – Forse aveva già passata quel periodo piuttosto doloroso nella vita di una fanciulla crescente, in cui si accorge dell’accrescersi del vigore in suo fratello poco maggiore, che la supera, non avendo all’ora ancora (come del resto questo scopo rimarrà altrettanto oscuro al fratellino) la coscienza della sua forza, non sa ancora che, avanti negli anni, tutto questo vigore e le capacità nel maschio non serviranno ad altro fine che per convincerla ad amarlo.</p>
<p>2 – Come del resto è molto improbabile trovare una linea più elegante di quella quasi rettilinea che si forma da quella sopra la gamba, prolungata dal dorso del piede piegato e coronata alla fine da un alluce leggermente alzato.</p>
<p>* [‘Allora sentì d’un tratto, sentì per una sorta d’intuizione, che quell’essere non era più soltanto una donna destinata a perpetuare la propria stirpe, ma il prodotto bizzarro e misterioso di tutti i nostri desideri complicati, accumulatisi in noi attraverso i secoli, distolti dal loro fine primitivo e divino, vaganti verso una bellezza mistica, intravista e inafferrabile.’]
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://frammenti.stefanseifert.com/essay/il-modello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
